
Le pacificazioni secondo Gianfranco Fini
di Salvatore Scaglione - Megachip
Forse dimenticando di non essere più il capo del Fuan, la “terza carica dello Stato” ammonisce “paterno” dal salotto Vespa che il gruppo di Verona va sì preso e rieducato, ma che le manifestazioni di Torino contro il salone del libro sono molto più gravi. E' superfluo chiedere a quale tavola di valori siano ispirate queste graduatorie. Fini non è uno sprovveduto, né la gaffe è plausibile. Più probabile che il tanfo del passato riaffiori, ora che si è diffusa la persuasione della invariabilità a breve termine della situazione italiana, e pertanto di far parte, nella casta, di una supercasta di intoccabili, e dunque di irresponsabili. Il coro dei servi che si è affrettato a giudicare le proteste come “invenzioni di gruppi minoritari” ci rispedisce indietro. In barba alla destra rinnovata ed al neo Berlusconi moderato, riaffiora la fase orrenda di chi copre, da Previti in giù, le proprie malefatte con l'aggiunta: il popolo ci ha votato. Ci ricorda anche che le “pacificazioni” più volte invocate dall'opposizione, da Almirante in poi, si trasformano in aggressività con una rapidità stupefacente. Non si era ancora spenta l'eco del consenso certamente eccessivo e quello sì strumentale, al discorso di insediamento di Fini, che il personaggio i cui obbiettivi di carriera non sono mai stati velati, si produce in una brusca inversione. Restiamo in attesa delle prossime puntate.
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